La memoria attiva come strumento di democrazia, uno studio

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Negli ultimi anni assistiamo a un ritorno sempre meno marginale di simboli, linguaggi e riferimenti della destra radicale nello spazio pubblico. Di una destra, cioè, che in nome di un'idea di società strutturata verticalmente e gerarchizzata rifiuta uguaglianza sociale e democrazia. Al tempo stesso la distanza temporale dalla Resistenza continua ad allungarsi oltre l’esperienza diretta delle generazioni che l’hanno vissuta. In questo contesto, una domanda diventa cruciale: la memoria della lotta partigiana è ancora in grado di incidere sui comportamenti politici e civili delle comunità locali?

Uno studio accademico recente e autorevole, pubblicato nel 2024 su Comparative Political Studies, affronta questa questione con strumenti empirici e uno sguardo innovativo. Attraverso dati, mappe e un caso di studio significativo, la ricerca mostra come la memoria della Resistenza non sia un’eredità automatica, ma un processo attivo, sostenuto nel tempo da pratiche culturali, civiche e associative radicate nei territori. Uguaglianza, partecipazione, libertà individuali e collettive vivono con maggiore forza dove l'eredità plurale della Resistenza si fa tessuto sociale.

MEMO è infrastruttura civile della memoria, un lavoro quotidiano di mappatura di luoghi, storie e segni materiali della Resistenza. La memoria è un campo di azione collettiva: fragile, reversibile, e proprio per questo bisognoso di cura, responsabilità e partecipazione.

Per chi volesse approfondire, l’articolo che recensisce lo studio è disponibile qui:
A cosa serve la Resistenza